dicono di lei Paolo Rizzi
 

Il “dono” che Ebe Poli ha nelle mani (perché tutti gli autentici pittori hanno un “dono”, cioè una particolare capacità, un modo di rendere e trasfigurare le cose) è quello di saper “catturare” l’aria. Che cosa sia quest’aria, non lo so nemmeno io, in verità: l’analisi critica finisce per cedere ad una strana suggestione che si prova di fronte ai quadri. Par quasi che il colore si scosti, si apra, si volatilizzi per lasciar passare una corrente mai ferma, anzi fluidissima, che circola tutt’attorno e che non si riesce a fermare con lo sguardo. Questa aria, che poi coincide con quell’altro elemento impalpabile che è la luce, dà alla pittura della Poli un senso di continua instabilità, apparizione improvvisa e immagamento dell’animo, memoria fugace di un’immagine amata e sua ricostruzione istintiva. Ciò che colpisce (e meraviglia) è l’estrema sicurezza con cui tale fenomeno avviene: l’artista lavora con pochi toni, tocca rapidamente, si tira subito indietro, abbozza e, con straordinaria semplicità, lascia il segno. Ecco perché certi paesaggi cortinesi, avvolti nella neve, portano con sé tanta suggestione, come se da tempo li avessimo dentro e d’improvviso si fossero rivelati. È l’epifania dell’arte.


Naturalmente un processo come quello di Ebe Poli (che troppo frettolosamente si potrebbe incasellare nel naturalismo astratto, storicamente emerso in Italia negli anni Cinquanta) non avviene, come parrebbe, soltanto per doti “medianiche”, cioè per una facoltà di imprigionare l’atmosfera che circonda le cose. Dietro c’è tutto un lungo studio, una “scuola” sapientemente distillata. La lezione dei maestri veneti d’un lato, e dei grandi francesi dall’altro, resta al fondo di un discorso che si snoda così felicemente, come un canto spontaneo. Ebe Poli è artista colta, che ha vissuto e assimilato con intelligenza e pazienza. Ma a spiegare il fascino dei suoi quadri la sapienza tecnica non basta. C’è un “polso” pittorico di prim’ordine: lo si nota (o magari lo notano soltanto gli “addetti ai lavori”), nel modo di aggredirla forma, di costruirla e smontarla subito dopo; nella capacità di far risaltare l’ombra e la luce, il ruvido e il dolce, il sensuale e il patetico; in quell’accendere di luce il colore e poi smorzarlo dolcemente, con alternanze mai casuali di brusche coagulazioni e di soavissime dilatazioni di tono; nello stesso piglio “romantico” del colore, che s’avvale di certi viola e grigi e bruni che cantano. Dietro tutto ciò si sente emergere, trasfigurato, il “sentimento della natura”: campi e casolari, montagne innevate e marine, nuvole pregne di pioggia e squarci di sole, ombre e luci, afrori estivi e freddi pungenti. Il tutto al di fuori e al di sopra di ogni “rappresentazione”.

 


Non è facile, in verità, sfuggire oggi al rischio del formalismo: cioè al gusto edonistico della bella materia, in sé e di per sé. Tutta l’esperienza dell’informale, fino e oltre la soglia degli anni Sessanta, è stata improntata sullo scavo della bellezza intrinseca del segno – colore, in un’accezione esistenziale e neo – romantica. Le scorie di questo narcisismo sono evidenti in molti pittori. La bravura di Ebe Poli sta nell’essere sfuggita a questo rischio letale. Come è potuto avvenire? Semplicemente: con una presa di contatto non soltanto visiva, ma anche sentimentale, con la natura. Slancio e tenerezza, amore e dolore, risentimento e malinconia: tutte le reazioni che un artista autentico prova di fronte allo spettacolo sempre vario della natura vengono riportate dalla Poli su tela, con una forza (dicevo poc’anzi: con un “polso” che colpisce nel segno). Ricordo certi foglietti a tempera: poche macchie di colore, qualche strappo di pennello, un paio di dolcissime velature; e “l’aria” di un paesaggio viene riportata sulla carta. Questa “cattura” che degli elementi più impalpabili, ed anche psicologicamente più sfuggenti, fa la Poli attraverso la pittura, è un’operazione tra le più valide oggi nel solco della grande matrice naturalistica.

Lo confermerà, ne sono sicuro, l’attuale mostra che Ebe Poli ha dedicato alle “stagioni” e alle “cattedrali” di Cortina: un tema sentito e capito, come pochi altri, che diventa un omaggio affettuoso e vibrante, alla celebrata “perla delle Dolomiti”.

Paolo Rizzi


 
 
 
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