G. L. Verzellesi ( "L'Arena" 15.06.1984)
 

La grande mostra dell’artista veronese a Palazzo Forti

La pittura fosca e selvatica che anima i quadri di Ebe Poli

 

La ricerca artistica di Ebe Poli si è svolta – dal ’33 ad oggi – lungo un itinerario ombroso e appartato, che ha condotto la “salvatica pittrice buranella” a una visione per molti aspetti antitetica a quella in cui palpita, diafana ed assorta, la “volatile quintessenza” di Semeghini. Nella mostra a Palazzo Forti, le opere esposte provano che la Poli ha saputo continuare a difendere la propria “indipendenza e libertà” concentrandosi nell’evocazione di figure vigorose e drammatiche, svincolate dalle regole dell’accademia e quasi del tutto insensibili alle oscillazioni della moda. Provenienti dal fondo d’una memoria che le ha filtrate, e arricchite di connotazioni patetiche, queste scabre figure della Poli traspongono nell’ordine visivo una potente, neoromantica “nostalgia della natura”: una vena visionaria sempre più libera e sempre più allarmata dall’incombere dei modernissimi “demoni della distruzione”.

 


                                                                   



Nell’ambito della pittura veronese d’oggi, la figura di Ebe Poli assume finalmente tutta la determinazione che le spetta grazie alla mostra ciclica, ordinata da Cortenova a Palazzo Forti, con durata fino a domenica prossima: una rassegna ampia, diramata, in cui il convenzionale criterio antologico è superato dal preliminare ed irrinunciabile intento documentario, rivolto a mostrare al pubblico, con sovrabbondanza di opere, le fasi ancora ben poco note del lungo e laboriosissimo itinerario della pittrice, così come si è svolto dai dipinti degli anni Trenta al trittico dell’Apocalisse, concluso nel 1982, nel forte di un’ispirazione che irrompe nelle plaghe dell’immaginario e visualizza l’incombere del cavallo bianco simbolo della pace luminosa, sui cavalli distruttori che incarnano i demoni della guerra e della fame.

L’Apocalisse, opera ultima in cui predomina un'immaginazione potenziata ma non svincolata dalle tensioni e dalle ansie più inquietanti dei nostri giorni, getta un fascio di luce retrospettiva: consente di rilevare che già nell’”immaginario minimo”, e quasi sfuggente, dei dipinti meno recenti covava una profonda inclinazione a rendere visibili certi aspetti d’una realtà recondita, austera e inamena, come sottratta alle suggestioni euforiche che accompagnano l’estetismo d’ogni specie.

Si vedano, tra i dipinti esposti nella prima saletta, “L’isola di Mazzorbo” del ’33 (che spunta come un ammasso di piccole sagome lontane e ombrose al di là di un mare opaco), il “paesaggio a Burano” del ’34 (dalla struttura disegnativi semplificata in funzione delle tinte spente), la “marina” del ’46 (desolata e riarsa come un deserto): tre vedute raccorciate che timidamente preannunciano l’impostazione visionaria di un dipinto del ’60, “La baia di Byron”, collocato nella prima stanza come prova della capacità formativa della Poli, via via più risoluta nel concepire e realizzare la figurazione secondo l’insegnamento dei coloristi prediletti da Baudelaire: come “un sacrificio del particolare all’insieme”, per cui “è importante – per il colorista – occuparsi soprattutto delle masse”.


 



                                                                         


Nella “baia di Byron”, spogliata dal vento, tutto infatti concorre a dar risalto alle masse della scogliera, che emergono dal mare, fosco e torvo, e impongono a tante ocre diverse una rugginosa catena d’armonia: un contrappunto di pezzature cromatiche come ultime luci scaglionate nello spazio dell’immagine, dove, tra poco, tra nembi e tenebre, inizierà la ridda dei fantasmi.


 

                                                                     




Quadri come “Il pescatore” del ’34 (maschera di tenacia irriducibile, dura come una scorza) preannunciano i “Personaggi del Garda” o il “convegno di personaggi omerici sul mare di Ulisse” (quasi un assembramento di relitti logorati dalla salsedine). E “L’isola dei Ciclopi”, con quei picchi carboniosi emersi dal mare viola contro il cielo di nebbia lilla, svela subito la stessa ansia di regressione ai primordi che ha modellato con struggente vigoria i “Personaggi della montagna”, solenni come colossali tronchi bruciati dal fulmine o come svettanti creste di roccia scheggiata. Guardando questi dipinti esposti nella seconda saletta, il visitatore sensibile è pronto a riconoscere che la Poli, nel corso lento degli anni, ha saputo mantenersi obbediente alla sua natura più profonda, che già nel lontano ’48 era parsa, all’occhio acuto di Orio Vergani, “verdiana, fosca, selvatica e forse lievemente indemoniata”. Nella cerchia degli artisti veronesi, suoi compagni di strada, la Poli ha infatti continuato a rivelarsi “pittrice senza zucchero, amica del cattivo tempo e della tempesta”: per nulla incline a subire il fascino delle sottili e suggestive variazioni di tavolozza post-impressionistica tanto care ai suoi coetanei; e ad abbandonare quella “specie di sacro silenzioso delirio” da cui provengono le virtù aspre d’una pittura come la sua, affidata quasi programmaticamente al flusso d’una vena romantica, ombrosa e patetica come una melodia di flauti levatasi dai “dominii nebbiosi dello spleen”

Chi osserva i paesaggi esposti nella terza saletta a piano terra, non stenta a capire che la visione della Poli, così risoluta a realizzarsi “senza nulla concedere alla piacevolezza” (come nota De Grada nell’introduzione pubblicata sul catalogo), corre invece il rischio di indugiare nelle secche di un impetuoso e arrovellato “estetismo dell’angoscia”, che insiste in una scansione cromatica a pezzature larghe, replicate ad oltranza con una sorta di maniera furiosa, quasi fomentata dall’ansia di far ricomparire certi viola, gialli, arancioni come connotazioni ancora riconoscibili nel vago d’una crescente ed inesorabile penombra crepuscolare velata di bitume.

Tracce o sintomi di questa maniera, che mira a conseguire effetti di tetraggine, e di violenta dissonanza espressionistica, si manifestano nel “Paesaggio di montagna” del ’52, nelle “Colline Veronesi” del ’62, nella “Terra” del ’65, nei “Campi di grano” del ’69, nel ciclo delle cattedrali e dei girasoli… Ma non mancano opere in cui l’oltranza squassante si interiorizza e si depura. Così nell’emblematico “Paesaggio dela Lessinia” del ’69, vasto e sensuoso, come increspato dal soffio rianimatore di una memoria che tralascia i particolari ma intensifica l’incanto d’una stagione piena quasi condensandolo in quelle tinte smosse: verdi soleggiati e ariosi, luci s’ocra ardente, ricorrenti ombre dalle velature viola…. In opere come questo paesaggio, una sorta d’entusiasmo imprevedibile squarcia il clima arido e tetro, che costituisce la nicchia sentimentale prediletta dalla Poli. E sotto la spinta di quell’entusiasmo, l’immaginazione si risveglia. E la pittura cresce, ricca di nuova linfa luminosa, come rinata per sconfiggere ogni foschia dettata dalla consuetudine antigraziosa, che prescrive addensamenti di terra d’ombra e spezzature di stile.

 

                                                                                 G. L. Verzellesi




                                                                     
 
 
 
Torna ai Critici