Critica di Orio Vergani
 

I miei amici Mario Vellani Marchi e Carlo Dallo Zorza possiedono un “sandalo”, una di quelle barche a remi che non hanno il fasto della gondola ma ne conservano la snellezza e possono, più sottili e meno lunghe, affrontare con più disinvoltura nell’ora in cui variano le maree, i bassifondi della Laguna.


Il “sandalo” di Vellani Marchi è verniciato di rosso e di verde, i due colori che il mio amico pittore ha imposto nella decorazione delle due più celebri osterie italiane e cioè nei soffitti a travi di Bagutta, a Milano, e in quelli dell’osteria di Romano Barbaro buranello, che per la sua amicizia per i pittori meriterebbe di diventar famoso almeno come certi locandieri della Provenza o della Bretagna che ospitarono ai loro bei tempi, con molto minore generosità, Gauguin e Van Gogh. Su quel “sandalo” rosso e verde mezza pittura italiana è andata in questi ultimi anni alla scoperta dei segreti pittorici della laguna, fra Burano, Torcello e San Francesco del Deserto. Viaggia, il “sandalo” verde e rosso, sulla scia d’argento abbrividita dal vento del “garbin”, o sulla seta molle delle giornate di scirocco. I colori della laguna variano come quelli del pudore sulle guancie di una giovinetta, secondo il mutare delle ore, delle stagioni, delle emozioni. Il maestro di voga Vellani Marchi, rematore cinquantenne, è un giovanotto – Stringhetta o Strighetta – che ha vinto non so quante volte quella che si chiama ancora la Regata Reale o Regata Storica di Venezia, che probabilmente è la più antica prova sportiva del mondo, istituita addirittura al tempo dei Dogi, e dunque di tradizione molto più nobile e antica di quella dello stesso Derby inglese. Il libro d’oro della Regata che si corre nel Canal Grande a Venezia ha scritto le sue prime pagine nel più lontano Settecento. Quasi cento anni or sono Giacinto Gallina, quando volle far rinascere la tradizione del teatro di Carlo Goldoni e si guardò attorno per trovare nella vita veneziana del malinconico e dimesso Ottocento un accento popolaresco di commozione e di orgoglio e di entusiasmo, fermò gli occhi sulla Regata e sui suoi regatanti per raccontare nel “Moroso de la nonna” la patetica storia di due generazioni di gondolieri. Strighetta o Stringhetta, rematore di Burano, è nella sua specialità uno dei più grandi atleti mai esistiti. Se si pensa che in laguna almeno trecentomila persone hanno confidenza coi temi e con le gondole, con i “topi” e con i “sandali” – anche i frati, in laguna, remano, e anche i morti, in laguna, si portano al cimitero a forza di remi – è facile capire cosa voglia dire, per il maestro di voga del mio amico Vellani Marchi esser da più di dieci anni a questa parte, il migliore di tutti. Il remo è per i veneziani quello che, prima che se ne diffondesse l’uso attraverso lo sport, erano gli sci per i finlandesi e per i norvegesi.

Dal Carpaccio in avanti non c’è pittore che, se guarda al paesaggio veneziano, non si accorga che il gondoliere ne è il personaggio principale. Il profilo dell’amico Vellani Marchi l’ho trovato in tanti quadri del Guardi. In pieno 1950 Strighetta, a poppa della sua barca, rema in pieno Settecento.


Burano e regate, “sandali” e barene fanno una cosa sola, e ad un certo punto, lungo i profili delle basse isole popolate dai camini neri come fornelli di pipa e sull’orlo delle barene colorate, come per un rossore di tenerezza, dai toni della primavera, l’apparizione del “vaporetto”, bianco e nero delle linee di navigazione lagunari, ha il valore che in un quadro della generazione coloniale degli Stati Uniti hanno le ciminiere e le ruote a pale dei battelli dei pionieri. Il “vaporetto” , a Burano, dopo che ti ci ha portato, puoi dimenticarlo fino al giorno in cui riparti. Il “topo” e il “sandalo” ti arrivano fino alla porta di casa, quando addirittura non entrano dentro quando tiri la barca sullo scivolo dello squero e riponi i remi nell’atrio. Se cammini sulla riva di pietra delle fondamenta, e abbassi gli occhi sull’acqua ferma del canale verde d’ombra e specchiante di sole, i gusci delle barche vuote in riposo, che si toccano con il fianco e annusano la curva del ponte, accompagnano il tuo sguardo per tutto il cammino. In certi canali le barche son più fitte delle foglie morte in un viale d’autunno. È bello, agli orecchi, il colpo sordo che fanno i piedi scalzi dei bambini quando vi saltano dentro. La confidenza che i bambini di Burano hanno con le barche dei loro padri è eguale a quella che hanno con le pecore i figli dei pastori. Nei pigri pomeriggi gli scafi si affiancano quasi amorosamente e amorosamente fra loro cozzano e si carezzano. Ho pensato molte volte alla storia, di due bambini buranelli che come Dafne e Cloe imparino ad amarsi osservando come fra loro si accarezzino quasi assonnate le dolci barche del canale.

Il sentimento è la sua forza: il sentimentalismo è il pericolo della pittura buranella. Della quale pittura bisognerebbe un giorno scrivere la storia, e non so chi abbia la capacità e la voglia di farlo in questo nostro paese dove la storia dell’arte si complica con astruse filosofie e dove, proprio nella terra dei Vasari, si trascura sempre la cronaca, la biografia, il diario. Se amassimo le cose di casa nostra, quel libro sarebbe stato scritto da tempo, e sarebbe non meno vivo di quelli che ci raccontano le cronache di Rue Revignan e del “Bateau lavoir”.

Chi si occupa d’arte conosce sommariamente quelli che potrebbero esserne i capitoli e i personaggi principali: la vicenda dell’arrivo di Arturo Martini e di Pio Semeghini, la storia dei disperati soggiorni di Gino Rossi e delle polemiche di Nino Barbantini: antica cronaca di miserie illuminate, di “rifiuti”; di lotte, di speranze. Bisognerebbe ricordare lo squallore felice dei giorni lontani in cui viveva Umberto Moggioli, e come la prima battaglia contro la borghesia delle vecchie Biennali sia stata guidata proprio da queste casette di pescatori di Burano, dei poverelli contro la Venezia di Ettore Tito e di Fradeletto e della pittura in tight. Fra la casa di Anna Moggioli - che meriterebbe di essere non meno nota di quanto sia noto nei breviari della pittura parigina il “père Tanguy” – e il banco di mescita di Romano alle Tre Stelle ci sono ormai più di quarant’anni di storia. Guardate, se volete averne un’idea, i quadri appesi a centinaia sulle pareti dell’osteria di Romano, e suonate alla porta della Moggioli per chiederle di mostrarvi i quadri conservati nelle sue stanze ombrose, dal tempo in cui Semeghini arrivava, sconosciuto, da Parigi e Moggioli passava le notti a parlare di pittura con Rossi. Ne son passati e ne passano, di tipi, a Burano! La sapete la storia del pittore tedesco che stava a Burano fino al sabato, la domenica spariva e tornava il lunedì per pagare il conto e riprendere a dipingere tutta la settimana fino alla nuova sparizione alla domenica successiva? Andava a Venezia a cantare nelle osterie per pagarsi la settimana di lavoro nell’isola. La sapete la storia di quel pittore modenese che fa il censore in un collegio e che quando arriva a Burano dipinge ininterrottamente, per la sua settimana di vacanza, dalle cinque del mattino alle nove di sera, sedici ore di pittura al giorno? Pittori celebri e sconosciuti, visionari e matti, ostinati autodidatti, i grandi tenori e le oscure comparse, uomini, donne, vegliardi e ragazze. Ci fu De Pisis, che un giorno raccattò in una calle una carta gialla dove erano state raccolte poche lische di pesce per il gatto; vi aggiunse due ravanelli e ne fece una bellissima natura morta. Altri vennero qui come si approdava, un tempo, alle isole dove sorgevano i santuari di Venere, convinti della necessità di fare anche questa “esperienza”, così come si fa il “viaggio a Parigi”, per sollecitare la corda di una nuova emozione. Altri che forse vennero qui come per sfida, per mostrare ai “buranelli” d’esser capaci di sfidarli sullo stesso loro esperimentatissimo campo di gara. Vi passò, gigantesco, Kokotscka. I mercanti andarono a frugare l’isola per rintracciare i cartoni che vi aveva lasciato, prima d’impazzire. Gino Rossi. Ogni tanto vi capita, in stagioni inconsuete, la pittrice veronese Ebe Poli.

Ogni volta che conosco una pittrice la metto mentalmente a confronto a quella che io amo di più, non tanto per la sua arte quanto per la sua vita; con quella Maria Baschirsceva, giovanetta russa che nell’Ottocento, si può dire, si consumò e morì di pittura, e il cui diario sembra quello di una piccola santa dei colori. Ebe Poli è il contrario fisico della Baschirsceva, che prima di morire di mal di petto era piccolina rotondetta e bionda; la Poli è verdiana, fosca, salvatica e forse lievemente indemoniata. La Baschirsceva fu “principessa russa” fino alla fine, la Poli si è buttata la vita, il passato, la raffinatezza femminile alle spalle come l’emigrante si libera del bagaglio superfluo: ma anch’essa è a suo modo una piccola santa dei colori, un’eremita nella cara Tebaide della tavolozza, e vive in una specie di sacro silenzioso delirio. È fuori discussione che alcuni dei più “virili” quadri ispirati a Burano e alle drammatiche visioni del paesaggio lagunare si devono a questa pittrice senza zucchero, amica del cattivo tempo e della tempesta che trasformano isole e barene in fondali da teatro shakespeariano dove si attenda da un momento all’altro l’apparizione di un Re Lear pescatore.

Da Burano a Venezia il giorno della Regata Storica, il viaggio è breve, ma l’esperienza deve essere lunga. Dietro ai volanti, quasi stenografici disegni della Poli, fulminati a colpi saettanti di matita grassa e bagnati da grosse gocce di tempera , sta tutta la sua intensa, appassionata, quasi invasata esperienza della sua pittura di selvatica pittrice buranella. Quella della Regata può sembrare a molti, una strana giornata esotica, come si pensa che sia  possibile viverne solo a Shangai e a Pechino o a Tahiti. A Burano la Poli ha imparato a conoscere, parola per parola, tutto il misterioso vocabolario che i colori e le linee parlano nella prodigiosa giornata in un arabesco che non ha nulla a che vedere né con il quadro di genere né con la ristretta illustrazione, fino a fermarne un misterioso evocativo tappeto, secondo quel sentimento d’Oriente che tra acque e campanili approda misterioso alle rive venete.

(testo introduttivo alla cartella grafica “La Regata Veneziana”, 1948)


 
 
 
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