Verona Mese
 

Da “Verona Mese” (mensile di Cultura e Attualità settembre 1984) – La maschia solitudine di Ebe Poli


La recente antologia di Ebe Poli voluta dal Comune di Verona a Palazzo Forti ha improvvisamente messo a contatto molti veronesi con una realtà artistica che, per quanto non ignota, è risultata per molti versi sorprendente.

Ebe Poli, infatti, è veronese, ma la sua pittura è scarsamente veneta, almeno nel senso tradizionale e vulgato della ricerca costante dell’attenuazione degli squilibri e dei contrasti. Ciò tuttavia, lungi dal costituirne un limite, ne amplia i confini ben al di là della regione che le ha dato i natali ed i primi suggerimenti artistici. L’affermazione di una sua appartenenza alla pittura europea del ‘900, oggi forse scontata, ma non sempre risultata chiara, ha tuttavia i suoi presupposti già nelle sue prime uscite, nel lontano ’32 (Mostra Provinciale: Palazzo della Gran Guardia – Verona) quando la giovane artista non ancora evadeva dal suo natio S. Giovanni Lupatoto (Prov. Di Verona), ed ha attraversato indenne l’atroce conflitto mondiale. Non è un caso infatti che già nel ’46 – appena fuori dal tunnel della guerra – lungo i 94 ripidi scalini del suo studio in Via S. Salvatore Vecchio, si arrampicassero personaggi non ignoti, come Ungaretti e Quasimodo, presenti a Verona nelle tornate accademiche del Circolo di Cultura Classica tanto caro alla compianta prof.ssa Vassalini.

Da questo punto di vista l’antologica – curata da Giorgio Cortenuova – è una sorta di accoglimento e riconoscimento ufficiale da parte della città nei riguardi di un personaggio che ha fatto onore alla sua terra negli angoli più lontani del globo con la sua pittura e con la sua grafica rude, sostanziosa e di forte tensione concettuale. Le sue tele e le sue cartelle sono state viste e commentate a Mosca come a Teheran, a Berlino come a Tokio, a Leningrado come a Tunisi, a Parigi come al Cairo, a Madrid come a Ljublijana, a Bruxelles come a Graz, a Sydney come a Beiruth e possiamo risparmiarci il seguito dell’elenco che l’artista ovviamente conserva assieme alla vastissima documentazione bibliografica relativa.

Non sorprende dunque l’iniziativa comunale della rassegna antologica nella Galleria cittadine d’arte moderna: presenze come quella della Poli sono qualificanti, come lo erano state le precedenti dedicate a Capogrossi, Gnoli, Baj, Cintoli. Nel catalogo realizzato per l’occasione, Cortenuova ha annotato che mostre come quella di Ebe Poli “confermano il fatto che la pittura, e in più generale l’arte, sono un’avventura umana profonda”.


PREMI E CRITICI

Se a far grande l’opera di un’artista bastassero i premi, Ebe Poli avrebbe di che sentirsi importante; ne ha avuti infatti tanti tra nazionali ed internazionali, da quelli di prestigio ufficiale come il premio del Presidente della Repubblica alla XXV Biennale di Venezia, a quelli di spessore più qualitativo, come il “Michetti”, da essere di cattivo gusto perfino trascriverne i più importanti. Se non rappresentano comunque un parametro assoluto di attendibilità artistica, essi non vanno neppure snobisticamente rinnegati quasi significativi del contrario.

Qualche elemento di giudizio più concreto possono fornirlo il numero e le qualità delle mostre, specie se si tratta di rassegne internazionali selezionate e su invito o che per la serietà delle Commissioni e la vastità degli interessi culturali godono della considerazione universale, come le spesso discusse, ma non per questo meno stimolanti, biennali internazionali di Venezia cui la Poli è stata invitata nel 1940 e nel ’50 e le infinite altre biennali e quadriennali internazionali di Roma, Milano, Torino, Verona cui si può dire che la pittrice veronese sia stata di casa fin dalla prima partecipazione nel ’34 all’Interprovinciale di Venezia “Bevilacqua la Masa”. Soprattutto può aiutare a capire ed apprezzare un’artista la bibliografia che la riguarda, non certo quella salatissima e commerciale dei cataloghi e delle riviste d’arte, quanto piuttosto quella nata nel corso della carriera artistica, in occasione di mostre o premi, della penna di competenti e critici di buon affidamento culturale. Sotto questo punto di vista Ebe Poli può esibire una nutritissima schiera di “nomi”, non tutti certo dello stesso calibro ma tra i quali non manca gente che merita tanto di cappello, come ad es. M. Valsecchi, U. Ojetti, C. Munari, S. Maugeri, L. Budigna, R. De Grada, G. Cavicchioli, A. Gatto, L. Magagnato e moltissimi altri di buon livello, tutti da citare.

Per quanto soggettive siano le analisi critiche degli esperti, alcune tuttavia sembrano cogliere aspetti essenziali costanti nell’opera dell’artista, sia in pittura che in grafica (tecnica quest’ultima cui la Poli tiene particolarmente). La semplice citazione dei passi significativi di tali analisi critiche renderebbe sconsideratamente lungo questo nostro intervento – omaggio alla pittrice veronese, inteso ad informare i nostri lettori ma anche ad esprimere apprezzamento e considerazione.

È possibile tuttavia leggere ultimamente il catalogo stampato in occasione dell’antologica a Palazzo Forti, da poco conclusa. Molti degli scrittori ivi riportati sono abbastanza illuminanti. Oltre alle varie presentazioni ufficiali infatti, vi si può leggere un’apprezzabile analisi di R. De Grada e una serie di analisi critiche di varia epoca, da quella di Antonio Avena (1946) a quella di Guido Perocco (1949), Garibaldo Marussi (1959), Elda Fezzi (1968), L. Magagnato ( 1973), P. Rizzi (1976). Non meno interessanti i testi di presentazione delle cartelle di grafica dell’artista, la prima (La regata veneziana) presentata nel ’48 da Orio Vergani; la seconda, del ’72 (pietre di Verona) con testi di Renato Simoni e B. Barbarani, la terza, nel ’77 (I concerti: Vivaldi – Haydn – Bartok), con scritti di Carlo Munari e Carlo Bologna.


UN MONDO PITTORICO PARTICOLARE

Per entrare comunque nel mondo pittorico della Poli, come di qualsiasi altro artista, occorre abbandonarsi alla propria sensibilità. Attraverso la stimolazione del linguaggio cromatico e di quello strutturale non tardano ad emergere i significati, le simbologie latenti. Nella pittura dell’artista veronese, il percorso cognitivo è punteggiato tuttavia, più che in altri, da una intenzione polemico - didattica impressionante tanto da sembrare fin troppo scoperta almeno nei dipinti “esistenziali”. Ma è un bene, al di là della stessa volontà dell’artista. In tutte le altre opere invece, dai personaggi ai paesaggi, alle composizioni simboliche, un elemento comune domina incontrastato: la forza maschia della fantasia, la decisione delle pennellate, l’ombra tragica e marcata della solitudine, fossero pure dipinti pieni di sole e di luce, come quelli del “ciclo dei girasoli”. G. L. Verzellesi parla in realtà di “pittura fosca e selvatica”, ma già Orio Vergani nel ’49 l’aveva definita “verdiana, fosca e forse lievemente indemoniata” e De Grada, dello stesso anno aveva intravisto nella Poli “una sicurezza per niente femminile” ed una “atmosfera spiritata”.


Questo suo atteggiamento non ha subito, in fondo, sensibili evoluzioni. Ancora oggi, la sua è una visione arrovellata e scontrosa in cui domina severa la denuncia di una condizione esistenziale quasi disperata in una natura angosciosamente ricordata alla ricerca di luce. Ma l’esiguo cavallo bianco del gruppo dell’Apocalisse, nonostante il suo candore, non riuscirà a fermare il cervello impazzito del rosso cavallo della follia e della guerra. Il rischio più grave comunque in una perpetua tensione del genere, per altro assai diffusa e quindi digerita culturalmente , è quello di indulgere ad una sorta di “estetismo dell’angoscia”, tanto affascinante, quanto, in definitiva, inaridente. La Ebe Poli in realtà sembra esserne consapevole: le dissonanze cromatiche tra viola, gialli, arancioni, nero, tendono infatti ad equilibrarsi nella intravedibile pace di certi paesaggi (Paesaggi della Lessinia); perfino nei personaggi omerici e nel “pescatore” di Burano la monolitica solitudine dei soggetti cede alla potenza rappresentativa del gruppo o della dignità virile dell’uomo.

Un discorso a parte, per finezza e gioco misterioso di ombre, lo meritano le riuscite esperienze grafiche, specie quella intitolata: “Pietre di Verona” in cui pare di scoprire una sensibilità fin qui frenata: quella femminile.

Chi sa che non sia questa la strada per una riscoperta della speranza?

M.A.




 
 
 
Torna ai Critici