Raffaele De Grada
 

Una mostra di pittura: Ebe Poli

Da tanti, tanti anni conosco Ebe Poli e debbo dire subito che la conosco come “pittrice”. Pittrice, pittore – sembra pleonastico il termine, ma non tanto se si pensa a tutte le trasformazioni subite da chi ha operato in questi anni, stando al corrente di ciò che è avvenuto. Ebe Poli è passata anche per una fase astratta, ma la struttura della sua opera non ha mai abbandonato i termini della pittura, cosicché nel suo iter non abbiamo assistito a scoperte e ritorni. La sua costante è sempre stata la pittura, pittura come pittura, non programmata, non cinetica; perciò non ha fatto parte di alcun gruppo, di alcuna tendenza. È stata quel che si dice, una “solitaria”. Orio Vergani, che ai suoi tempi veniva preso per un giornalista che si interessava ogni tanto di pittura, vide il temperamento “drammatico” della Poli. Così ne scrisse nel periodo in cui Jackson Pollock versava il suo espressionismo astratto nella pittura. Individuare allora, come fece Vergani, una continuità tra processo contenutista e il risultato formale dei quadri della Poli, non era cosa da poco. Dobbiamo essere grati a questi critici di avere salvato le cose che contavano dal mare magnum della produzione del tempo. Era un periodo buono e giusto. Vergani, come tutti quelli che hanno conosciuto Ebe Poli come pittrice della terra veneta, con frequenti rapporti con quella che è stata detta la “scuola di Burano”, non avrebbe potuto essere d’accordo con il richiamo a Pollock (che c’entra?) e all’espressionismo astratto

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Ma oggi questo richiamo è possibile, perché sono più di quindici anni che i dipinti di terre e marine della Poli hanno abbandonato la stretta figuratività per un’evasione lirica che è il mezzo per riunirsi al mondo sconfiggendo le scorie di un naturalismo inerte.

La mostra che Giorgio Cortenuova sta preparando, pur svolgendosi come un’antologica retrospettiva di tutto il lungo iter pittorico della Poli, s’imposta soprattutto sugli archetipi che la militanza romantica della Poli ha trovato e ritrovato durante il suo cammino. La natura di terra e di mare è per Ebe Poli come un grande teatro sul quale la sua avventurosa esperienza ha alzato il sipario, in una scoperta continua. Questi archetipi appaiono come uno scheletro sotto i raggi X, nuovi, insoliti alla pittura di paesaggio. Si può pensare a Sironi, ma il chiarore dei fondi non suggerisce tanto masse intrinseche al paesaggio medesimo; proprio come in una radiografia, ossature corpose dell’anima della terra o del profondo del mare.

Ci voleva perciò una mostra come questa per toglierci definitivamente l’immagine di Ebe Poli pittrice “buranella” , legata alle apparenze sensibili delle dolcezze lagunari così com’è stata considerata per tanto tempo. I valori che la Poli cerca sono invece quelli antichi della formazione primordiale del paesaggio, in un’idea esteticamente attiva della sua qualità primaria, della sua essenza oltre il godimento impressionistico della luminosità.

L’immagine della Poli non è dunque bell’e pronta, è studiata nel suo farsi, nel suo organizzarsi come immagine. Ed è veramente notevole che un artista della sua generazione, abituata ad una certa idea del colore e dello spazio, abbia trovato il coraggio estetico di mettersi al passo col tempo per ristudiare tutte le scansioni, tutte le misure che presiedono alla formazione dell’immagine, senza nulla concedere alla piacevolezza.

Quanto ho detto prima sulla qualità di “pittura – pittura” della Poli mi permette di evitare l’equivoco che la nostra artista possa in qualche modo passare per una seguace di quel tipo di “modernità” strutturalistica che è stato detta “concettuale”. La Poli è un artista di buona cultura e si rammenta tra l’altro una sua originale partecipazione a un Congresso veronese di Urbanistica (1968). È dunque un artista che pensa e non dipinge soltanto secondo emozione. Disegna molto per organizzare l’immagine e dal disegno è passata già da quarant’anni a un’intensa attività incisoria, che le permette una definizione ancor più strutturata dell’immagine del suo comporsi. Il motore di tutta questa operazione di passaggi dal disegno alla pittura è ancora l’emozione visuale e non soltanto concettuale. Tant’è vero che in gran parte della sua grafica, come il ciclo delle “Regate veneziane “ (che è un inno all’antica festa della città veneta), Ebe Poli non è mai estemporanea o effimera. La gondola e la barca non sono descritte, ma tratteggiate in una composizione fantastica. Ma il trasporto lirico così felice non distrae la Poli dallo studio della struttura che si attua nella stessa arte incisoria, come si vede anche nel ciclo che fu commentato dal grande Renato Simoni.


Quando di recente ho visitato lo studio della Poli per rendermi definitivamente conto dei suoi passaggi, sempre accorti, dai paesaggi buranelli alle “terre” degli anni sessanta, ai “personaggi marini”, alle “cattedrali” dolomitiche, in questo avvicendarsi di cicli e di strutture pittoriche in cui il dolore diventa naturalmente forma senza perde la sua qualità di materia e dove un forte disegno salva l’immagine dal disfacimento informale, mi sono domandato qual è l’effettiva posizione di quest’artista che certo a sofferto della condizione femminile sulla quale ancora, nell’arte, grava un pregiudizio. Perché non dire che la veronese è stata un “maestro” originale, indipendente, del nostro tempo, tanto forte da non essere rimasta vittima dei concetti prima novecenteschi, poi post impressionisti, poi ancora “moderni” e, perché no?, oggi addirittura “post moderni”? Un mondo, assai ingiusto, si riflette anche sulla fama degli artisti, finché per fortuna talvolta giunge anche la giustizia riparatrice. Questa mostra che gli attenti operatori delle arti veronesi, Cortenuova e Magagnato hanno consigliato al Comune di Verona e per la quale è stata richiesta la testimonianza di un vecchio estimatore della Poli come sono io, non è una mostra “riparatrice” né tanto meno un revival . Ebe Poli è in pieno lavoro, la sua fama sarebbe alta anche senza questa mostra. Mettere insieme tante opere di così vari periodi serve però a darci la misura della statura della Poli, che è artista non legata alla sua città e alla sua provincia (per quanto “veronese” essa sia) ma di livello più che nazionale

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Se dovessi sintetizzare le ragioni di questa mia opinione direi soprattutto che Ebe Poli ha il colpo d’ala dell’autentico artista , la semplicità dell’essenza di immagine e la sua elaborata, colta concezione. I Paesaggi diventano costruzioni, la cultura figurativa diventa poesia. In molti e validamente hanno scritto di lei. A ripassare l’ampia bibliografia si sente che i critici hanno puntato giusto. Non si trattava di valore effimero ma di un’operazione pittorica solidale con la cultura moderna, in quel vasto panorama di valori che non finiamo mai di scoprire e riscoprire al di sopra della confusione, spesso del caos, con cui appare, come da un satellite meteorologico, il Gran campo di Agramante dell’arte contemporanea.

Raffaele De Grada



 
 
 
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