Giorgio Cortenova
 

Attraversare il secolo con la propria esperienza quotidiana, e attraversarlo in buona parte con lo sviluppo e la naturale metamorfosi del proprio lavoro, è cosa che rafforza l’impegno dei coetanei e alimenta la fantasia e le speranze dei più giovani. Mostre antologiche come questa dedicata a Ebe Poli confermano il fatto che la pittura, e più in generale l’arte, sono un’avventura umana profonda che di per sé simbolizza i fermenti, le crisi, gli entusiasmi di più generazioni che proprio nell’arte, nel lavoro, nell’impegno quotidiano sappiano riconoscersi e riflettere. Non è stata certo cosa facile per Ebe Poli tenere fede al proprio “giuramento “ d’artista, tradurvi con ostinata perseveranza il senso della propria vita e il sentimento di un’epoca che, ancor più delle altre, si presenta conturbante ed enigmatica.


L’enigma del’arte, della vita e della storia, coincidono nella sua pittura formando un tessuto organico di percezioni vissute radicalmente e di esperienze condotte fino alle estreme conseguenze, senza soste e senza flessioni. La cronaca del secolo è stata spesso un po’ avara per artisti come Ebe Poli, sono stati avari perfino i luoghi comuni e i modelli culturali che difficilmente hanno saputo e voluto coniugarsi al femminile. Grandi catastrofi storiche (vedi la seconda guerra mondiale), fatti contingenti e nebbie della provincia non hanno placato l’impulso alla ricerca di Ebe, lo slancio creativo, l’orgogliosa resistenza davanti a difficoltà oggettive o ambientali. Ne hanno casomai avvelenati o esaltato le ore e i giorni, fortificato o inasprito lo spirito, a seconda dei casi e delle occasioni. Un non celato risentimento verso un ambiente non alieno da una buona dose di scetticismo preconcetto ha posto radici addolorate nell’animo della Poli, senza tuttavia intaccarne gli entusiasmi, le ribellioni, gli orgogli spinto fino ad un ribelle e dunque simpatico emergere di giovanili e sfrontate presunzioni.

Non è certo stato per noi facile penetrare in questo groviglio di pulsioni, di sentimenti, di cose da sfiorare con tatto o invece da recuperare con slancio preoccupato e con affettuose “violenze”. Non è stato facile riportare serenità ed equilibrio, tranquillità e concretezza, laddove era tutto un moltiplicarsi di incendi, di ricordi accavallati, come accavallate una sull’altra erano le tele di grande intensità creativa o brandelli di affascinante ricerca, riaffioranti dagli angoli scuri della memoria. Se il compito non è stato semplice, il risultato sembra tuttavia confortante. Oggi, e per la prima volta, sono allineate nelle sale della Galleria Comunale le tele, le grafiche, le sculture di un’artista di grande talento, attraversate dalla mirabile lettura critica di Raffaele De Grada cui voglio esprimere qui quella stessa ammirazione e riconoscenza che mi attrassero a lui vent’anni fa, quando, e non solo come critico, ero proprio un ragazzo

                                                                                                                                                            il consulente  Giorgio Cortenova.



 
 
 
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