Carlo Bologna
 

Da “GALLERIA GIAN FERRARI (1973)- PERSONALE DI MILANO”

 


I segni della musica – di Carlo Bologna

La musica come mediatrice, come scrisse Bettina Von Arnim, tra lo spirito e le cose. La musica nella sfera della commozione, come ha scritto Haweis. Per il quale la musica era creazione dell’uomo, non presente nella natura, priva di melodia e armonia. Mediazione, quindi, e commozione: suono, udito interiore, risonanza spirituale. In Ebe Poli proseguimento dell’agire nel segno, nell’idea grafica, nella composizione. Diario, journal, notes dello spirito, notes delle note.


Un concerto come elemento catalizzatore di una idea grafica, di un segno, di una composizione. Non il solo godimento di un fatto musicale esecutivo ma un ascolto globale che si fa segno. Ma, badiamo bene, non un suggerimento sentimentale, sentimentalistico, ma accoglimento di un senso profondo del “dire musicale”, di quel “dire” che la massima parte di chi ascolta perde, inesorabilmente.

In Ebe Poli c’è un ground musicale, acquisito in spirito nella fanciullezza e mai perduto, anzi cresciuto nell’attenzione del suono, dell’armonia, della melodia, della polifonia. Quindi vita del concerto. Un concerto che si fa, attraverso mediazione e commozione, segno sulla carta. Non il ricordo di una sera di note ma il senso profondo, non certo quello di un piacere superficiale, edonistico, a pelle lieve, ma il senso profondo, il significato vero, il contenuto definitivo della musica, di quella musica.

Così la luna nella “notte” vivaldiana non si alza su una dolcificata laguna, ma si leva su una spirale cosmica (questo della spirale è un motivo più volte ricorrente, un motivo eterno come quello del labirinto, linee senza fine e senza soluzione che rappresentano il nostro mondo nel pieno suo dramma), una spirale attraversata da un pentagramma, omaggio al grande flauto di Rampal. Così la grande esplosione solare della Creazione di Hadyn trova Ebe Poli pronta a raccoglierne l’immenso “dire” in una specie di “concerto” con blocchi che cantano, con pietre cattedraliche, con monoliti che si levano verso il sole immenso, come Dio. Ma la “notte” di Chopin ,(ben diversa da quella vivaldiana, entra anch’essa in una sorta di spirale ma scorrevole, folta di note, segnate come da un cardiogramma dell’emozione, di quell’emozione di cui prima si parlava, risultato definitivo, in segno, dell’emozione. E il segno è sempre segno di dramma, di scontro, di lotta, dell’uomo con se stesso, con il suo ascoltare, con il suo sentire, con la musica, con la gioia spesso tanto amara.


Così i “Concerti” di Ebe Poli formano anch’essi, insieme, un “Concerto”, meglio una “suite” che è, come s’è detto, diario, journal, notes, notes di note. Anche autobiografia. Ma come ha scritto E. T. A. Hoffman “dove cessa la lingua comincia la musica”. Perché sotto il suono musicale si gonfia il mare del cuore, come fa l’onda sotto la luna. Appunto, la luna nella “notte” di Vivaldi, non la luna degli innamorati da cartolina, ma una delle luci più impalpabilmente alte nel mistero del cosmo dove, nel silenzio, è udibile l’armonia delle sfere.

Carlo Bologna


 
 
 
Torna ai Critici