Critica Carlo Munari
 

Carlo Munari

Ebe Poli recepisce la musica in uno stato molto particolare e certamente insolito. In uno stato, direi, prossimo alla trance.

Come onda assidua, infrenabile e coinvolgente, la musica penetra in lei, s’insinua in ogni penetrale dello spirito, la sollecita verso una trascrizione ideale. Questa trascrizione si attua mediante il mezzo più consono all’artista: il segno. A mio giudizio, il risultato che consegue supera i limiti oggettivi dell’interpretazione per adombrare piuttosto un’autentica comunione, tanto intimo ed intenso è il rapporto che viene ad instaurarsi tra l’artista e il brano musicale.


Si tratta di un risultato che si colloca con partecipante assiduità a coltivare tale rapporto: numerosissimi sono i “taccuini della musica” da lei riempiti, foglio dietro foglio, durante le audizioni seguite in pubblici concerti o nella solitudine dell’atelier, nei quali ella riesce a trascorrere dalle note lievi dell’elegia a quelle risentite e gravi, impetuose e drammatiche di un componimento sinfonico. Non per nulla essi sono stati lodati da celebri concertisti quali J. Pierre Rampal e Fu T’song.

Si dovrà osservare a questo punto che l’acutissima sensibilità musicale di Ebe Poli puntualmente s’accorda alla notevole competenza di cui ella dispone nel campo della grafica, poiché legittimazione alcuna siffatta trascrizione riceverebbe ove non si scandisse nella precisa cadenza di un linguaggio.

È appunto in ragione della qualità del linguaggio che questi fogli – in luogo di ridursi a preziose modulazioni di una pluralità di emozioni private – rivolgono a noi tutti il loro messaggio, il quale ci penetra e ci commuove sulla linea dell’intonazione musicale dell’artista privilegiata.

Mentre rinvio il lettore alle illuminanti pagine di Carlo Bologna che, con il consueto acume, fa luce su questo straordinario journal, mi pare opportuno sottolineare gli intrinseci valori di stile che l’opera grafica di Ebe Poli manifesta in compiutezza. E rilevare che per la grafica l’artista veronese nutre una vocazione irrinunciabile. È dal 1945, ormai, ch’ella agisce in questo settore con la pazienza dell’artigiano – che studia le diverse tecniche incisorie, combina gli inchiostri, dosa le morsure – e con il cuore dell’artista, che le nozioni tecniche sperimentate pone al servizio di una propria visione libera ed autonoma, diretta proiezione di una fantasia creativa di continuo eccitata.


Ne fanno fede giusto i fogli raccolti in questa cartella, dedicati a Vivaldi, Hadyn e Bartok.

Ebe Poli – il medium che ci trasmette l’incanto che propaga dal nucleo più vero e, in pari tempo, più occulto di queste musiche – ripete, sia pure nel registro adeguato al mutare del rapporto con l’oggetto stimolatore, la fisionomia stilistica che ormai chiaramente contraddistingue l’intera sua opera: un approdo che le garantisce sicura nobiltà; una conquista, soprattutto, che si staglia in termini di poesia.


(Testo introduttivo alla cartella grafica “I Concerti”, 1977)

 
 
 
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